Può un profilo IG parlare di femminismo in modo efficace? Intervista a Ch_woods

Può un profilo IG parlare di femminismo in modo efficace? Intervista a Ch_woods

Ieri era la festa della donna e come potrei onorarla meglio se non portando il punto di vista di una giovane saggia femminista?

Sto parlando di Chiara che porta avanti attraverso il suo profilo Instagram (@ch_woods) il femminismo quello bello: quello non urlato, quello non irrazionale, quello che non è competizione di genere.

Il profilo di Chiara fa divulgazione femminista con toni decisi e chiari, ma mai aggressivi e sempre aperti al confronto e al dialogo.

Chiara parla alle donne e agli uomini ponendo l’accento su quelli che sono i temi un po’ dimenticati da questa ondata di femminismo pop (quello alla FREEDA per intenderci…).

Abbiamo fatto una piacevolissima chiacchierata su skype ed era un po’ come parlare con una di quelle amiche con cui non attaccheresti mai… Ecco cosa ci siamo dette!

 

Mi racconti un po’ come è nato il tuo profilo?

In realtà era il mio profilo personale su cui da un paio di anni ho iniziato a pubblicare riflessioni a tema femminismo. Fondamentalmente faccio su Instagram quello che faccio nella mia vita reale da quando ho 16-17 anni. Ultimamente lo faccio sempre più spesso per stimolare una certa discussione nei direct, sebbene il mio profilo abbia numeri piccoli (non è vero! Chiara ha 5400 follower!).

 

E invece la campagna “Non sei l’unica” sulla cultura del consenso sessuale?

Ho iniziato questa campagna 6 mesi fa dopo aver subito cat calling da un tizio per strada. Io per fortuna con il mio livello di consapevolezza sono riuscita a rispondergli. Ma questo mi ha dato uno spunto: forse non tutte hanno questa forza. Soprattutto ho pensato al fatto che tutto ciò che viene prima dello stupro in senso stretto è molto sottovalutato nell’immaginario comune.

Una ragazza mi ha risposto in direct raccontandomi una delle sue esperienze di cat calling e ho deciso di lanciare la richiesta di testimonianze. Ne sono arrivate moltissime! Sicuramente è emotivamente molto intenso, ma la cosa interessante è stata la reazione a catena che ne è seguita. Questo è bello perchè è un po’ uno spezzettare la paura, tant’è vero che più testimonianze arrivavano, più le persone chiedevano di non essere censurate.

 

La campagna ha costituito un po’ il giro di volta del tuo profilo?

Esatto: da lì il profilo ha avuto un po’ un cambio, ora il femminismo è il tema principale.

Ma raccontami invece dove è nata questa tua voglia di andare a fondo in questi temi?

Sono nata e cresciuta in Abruzzo, in un clima che non era proprio dei più progressisti soprattutto negli anni della mia adolescenza. Ho ricevuto un’educazione molto conservatrice e decisamente maschilista, ma c’era qualcosa che mi stonava anche se all’epoca nemmeno avevo idea di cosa fosse il femminismo. Ho scoperto queste tematiche durante un incontro a scuola con le rappresentanti del collettivo femminista popolare e poi ho letto tutti i classici della letteratura femminista. Lì ho capito che era proprio quello che faceva per me, che avrei trovato le risposte alle stonature che trovavo nella mia educazione. Certo non è stato affatto facile all’inizio, la svolta è avvenuta quando sono venuta a studiare a Milano. Qui ho iniziato a frequentare i collettivi e mi sono addentrata in questo mondo.

 

Com’è il tuo rapporto con la festa dell’otto marzo?

In questo periodo ci ho riflettuto abbastanza, perchè vedo da un lato i preparativi per lo sciopero e dall’altro il delirio dei ristoranti con ingresso vietato agli uomini e menù pornografici.

Credo che questa dicotomia sia endemica nell’8 marzo. Non dico che io biasimi le notti brave con le amiche, anche io andrò a ballare dopo il corteo. Mi spiace che invece per molte sia ancora una fessura per poter uscire e che la controparte di certi uomini stia lì al varco ad aspettare che questo accada per dare il via libero alle critiche vuote.

Il mio obiettivo non è assolutamente quello di gettare fango su come si sceglie di festeggiare, ma accendere un faro sul femminismo vero. Tutto il resto è un contorno non rilevante.

Ricalcare lo stereotipo machista dei locali di spogliarello per “elevarsi” è come dire “io donna sono inferiore e allora mi comporto come il peggiore degli stereotipi maschili”. Secondo me stai sbagliando su due livelli!

 

E invece che mi dici del femminismo pop, so che è un tema che ti sta molto a cuore. Non pensi che possa un veicolo per diffondere i semi del femminismo?

È la prima cosa che si potrebbe pensare, ma io no sono d’accordo.

Ti faccio un esempio: prendiamo Freeda. Questo progetto nasce sull’onda del femminismo pop americano. Se è vero che il loro messaggio raggiunge un numero elevato di persone, io comunque non la vedrei come una cosa positiva. È un po’ come il populismo del femminismo: si parla di temi faciloni, si sintetizza ai minimi termini il messaggio e non si arriva a nulla. Nessuno senza conoscenze pregresse riuscirebbe a centrare il punto o a fare un discrimine.

Poi sono spesso contraddittori, da questa situazione non può che uscire una gran disinformazione. Soprattutto credo che la cosa grave sia che pongono l’accento su cose poco rilevanti, non parlano di violenza, di aborto, di pay gap e altri temi “scottanti” che sono però l’anima del femminismo.

Parlano di una donna super stereotipata da una parte (una che fa la prima mossa, che mette i leggings anche se è over-size), ma si dovrebbe parlare di temi un po’ più profondi…

Il femminismo è un movimento popolare ed è giusto e bello che diventi trend, ma non deve essere una scusa per snaturarlo.

 

In chiusura, ti sono mai capitate aggressioni verbali o cyber-bullismo per i temi che tratti?

Ogni tanto qualche cattiveria, ma per fortuna non tante.

Credo che le risposte in disaccordo siano molto importanti per creare un bel contraddittorio e per avere discussioni costruttive. Ogni tanto qualcuno mi scrive che odio gli uomini, ma è evidente che uno che scrive un’assurdità del genere non ha capito niente di quello che dico. Cerco di rispondere sempre con educazione, per aprire un dialogo ma quando mi rendo conto che di fronte a me ho solo chiusura insensata chiudo le conversazioni senza perdere tempo con chi non vuol sentire.

 

Bio di Chiara

Sono: femminista, ottimista, di sinistra, atea, prolissa, attivista, bocconiana atipica, a tratti polemica.
Mi piacciono: le pari opportunità e le partite a scala40, non mi piacciono: i costrutti sociali e le orecchie ai libri.

Nata nel ’96, da quattro anni vivo a Milano, che mi ha dato l’opportunità di fare, vedere e inserirmi in tante realtà belle e diverse; ho trovato un collettivo adatto a me, ho insegnato italiano in un centro accoglienza, sono scesa in piazza per manifestare, scioperare, prendere posizione.

Credo nell’importanza del movimento femminista e nella necessità di essere parte attiva del cambiamento a cui aspira, da qualche tempo cerco di promuoverne i concetti chiave anche su Instagram, però senza grafichette pop.

 

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